Fondo Giaccone

Mercoledì, 11 Marzo 2020 03:31

"LA FILOSOFIA DEL FUOCO"

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 La filosofia del fuoco

Ce la caveremo, vero Papà?

Si. Sono convinto che ce  la caveremo.

E non ci succederà niente di male, vero?,

perché noi portiamo il fuoco.

Si, certo. Hai ragione.  Noi portiamo il fuoco.

 

Non so dirvi se si sia trattato o si tratti di mosse vincenti per me. Molte partite le ho giocate e vinte d’istinto, molte le ho perse, altre sono state vinte per abbandono dei miei avversari, in altre mi sono rifiutato io di giocare. Alcune sono ancora aperte, altre ancora potrebbero essere infinite.  Però ne ho giocate diverse di partite in questo campo. E credo di potervi raccontare qualcosa.  Posso dirvi che l’informatica e, in particolare, l’ingegneria del software, qualsiasi cosa ne pensino i puristi, non sono mai state delle scienze esatte. Anzi. Le definirei delle scienze spurie. Dove l’istinto, la fortuna e l’empirismo valgono quando il raziocinio, il metodo e l’intelligenza.

Noi esseri umani abbiamo una paura atavica del buio e ne temiamo le ombre. Ma al tempo stesso esse ci attraggono. Quando sentiamo il  bisogno della disciplina e della scienza, rincorrendo una scoperta nuova ogni giorno, è anche perché pensiamo da sempre al miglior modo col quale preservare il fuoco della conoscenza della razza umana, stando chiusi come i nostri antenati, dentro la nostra caverna durante la notte.

Dentro questa immensa caverna, dietro ogni fuoco, speriamo di riuscire a governare e a far ballare le tante ombre. Per ogni ombra che ci attrae, comprendiamo che ce ne sono diverse altre che ci terrorizzano e ci sfuggono. Ma con ognuna di esse cerchiamo di dare un senso al descriversi del nostro tempo. Non ci riusciamo mai, ne parliamo, ne restiamo inconsapevoli. E finiamo per ammutolirci.

E affinché questa nostra caverna resti perennemente illuminata, anche per le ombre che abbiamo creato, andiamo alla ricerca della nostra prima selce. Che ha generato nuovi fuochi, molti strumenti e molte tecnologie. In questa ricerca abbiamo bruciato molti falò, molte macchine e molti dèi. Abbiamo cercato di sostituirli con sempre nuovi dei ex machinis. E fra queste dei e macchine, quelle attuali sono soltanto le più recenti.

Per questo motivo potremmo considerare molte nostre nuove tecnologie, fra cui quelle informatiche e quelle della comunicazione umana dentro le moderne reti telematiche, una sorta di antica e moderna filosofia del fuoco. Questo nostro fuoco è oggi, all’apparenza, un falò perennemente acceso, ma non perché esso sia realmente un fuoco eterno. Questo fuoco è in gran parte un fuoco fatuo che teniamo acceso nel modo per noi più semplice e veloce. 

Infatti lo manteniamo vivo cercando, ogni giorno, tra i tanti fuochi accesi invano nella luce del mattino, le braci ardenti di quel fuoco che speriamo muoia il più tardi possibile. Sono quelle le braci con cui cercheremo di accendere altri nuovi fuochi per superare indenni la notte.

Nella nostra caverna rischiarata a giorno da molti fuochi, siamo quindi, ancora e sempre, uomini inconsapevoli e muti di fronte al buio e alle ombre. E dissipiamo molta, troppa legna per troppi fuochi, dando purtroppo ben poca importanza alla selce, alla conoscenza con cui si dovrebbe accendere meglio ogni singolo fuoco. Solo quando serve.

Il risultato finale, ovvero la presenza di luce costante nella nostra caverna buia, non cambia di molto. Ma fermandoci al mantenimento dei falò accesi, vediamo la nostra catasta di legna diminuire sempre e molto più del necessario. E non ci rendiamo nemmeno più conto della progressiva scomparsa di chi, fra di noi, sia in grado di saper accendere un vero fuoco partendo dal buio assoluto e da una selce.

È questo il motivo per cui, in questa caverna illuminata a giorno dai nostri tanti falò, molte ex-macchine scientifiche  si suppongono esatte, ben definite e dai contorni precisi quando viste dietro il proscenio ampio della scienza degli uomini. Invece, quando le stesse vengono prese singolarmente, ognuna dentro i confini della propria caverna e in totale solitudine, sembrano invece generare ombre imperfette e inesatte. Ombre poste a confronto con molte altre ombre. Ogni ombra ci appare imperfetta e sfumata, nella moltitudine dei falò e delle altre discipline scientifiche e filosofiche del pensiero umano. Questo è probabilmente ancor più  vero per l’informatica.

Non si scandalizzino gli analisti e gli sviluppatori e ricercatori software più puri. Da quando l’informatica è diventata il bene immateriale onnipresente che regola ogni nostro ritmo vitale, ogni consumo e ogni  lavoro, è diventato difficile anche solo parlarne in modo obiettivo. Soprattutto per chi ci vive immerso.

L’informatica è un bene immateriale della scienza e della tecnologia umana che è sempre più diffuso, indispensabile e desiderato dalle masse. Uno strumento di servizio vitale della società, che regola, oltre ai meccanismi del lavoro di molti esseri umani, anche quelli del loro tempo libero, sottratto con difficoltà al lavoro. Questo avviene ad ogni latitudine, nel mondo sempre più tecnologicamente avanzato. Dunque si potrebbe dire che, nel regno delle macchine informatiche, intese nel senso più ampio, il sole non tramonta mai. Le macchine, prese singolarmente, possono essere spente o morire. La Macchina unica invece è globale e immortale. Esiste sempre e ovunque, senza limiti temporali. Non si spegne mai.

Questa macchina moderna e tecnologica è sempre presente, sempre più forte, e in ogni luogo.

Per questo, una sorta di aura mistica di immortalità e perfezione la circonda. Pare sia diventata la linea vitale  o la matrice divina di una tecnologia sovrumana, onnipresente e onnipotente, in grado di concederci forza e perdonare tutti i nostri errori umani. Credere in qualcosa di divino e immateriale, seppur umano, è poco razionale. Gli dèi, per le diverse religioni, creano uomini a loro immagine e somiglianza. Gli uomini fanno altrettanto con i propri dèi. Ne deriva che entrambi, dèi e uomini, siano esseri assolutamente imperfetti e irrazionali.

Osannare una macchina che si pensa razionale e perfetta non solo è irrazionale quanto l’osannare qualunque divinità, ma è anche assolutamente folle. Perché ogni macchina è molto meno perfetta di qualsiasi essere umano o di qualsiasi suo dio. L’informatica che genera le migliori macchine moderne, seppure abbia certo alle spalle solide radici nella matematica razionale, è scienza altamente inesatta, alchemica ed empirica. Come molte altre discipline della scienza è solo un’ombra dietro il fuoco delle nostre caverne. Eppure quest’ombra della scienza informatica ci porta o ci impone oggi una sua visione altamente evangelica fatta di testimonianza, paura della punizione e speranza di redenzione salvifica. E come qualsiasi divinità che l’abbia preceduta, anche la macchina ha religioni e sacerdoti in grado di porre le pietre per costruire la sua chiesa.

Ogni giorno affidiamo a molte e diverse macchine, dietro il proscenio di un teatro che è la nostra vita quotidiana, mansioni sempre più numerose e complesse. Affidiamo loro le funzioni più delicate, critiche e vitali della nostra società contemporanea.  Per questo tentiamo di disegnare e costruire alcune delle nostre macchine in un modo che vorremmo sempre migliore. Per renderle prossime alla nostra idea di divinità che esse rappresentano. E nel farlo le caliamo sempre più fra di noi, sempre più in basso, perché desideriamo intimamente che esse ci somiglino, ci migliorino e rappresentino al meglio. Il risultato è quello che purtroppo osserviamo ogni giorno.

Se noi esseri umani siamo elementi pre-umani rispetto alla nostra stessa modernità – e per questo compiamo azioni calde e imperfette in grado di generare errori altrettanto imperfetti, errori gravi ma che sappiamo in qualche modo correggibili – le nostre macchine sono invece oggetti post-umani.

Le macchine sono ibridi post-umani perfetti per la modernità, ibridi fatti di metallo e carne. Oggetti atermici. Post-umani perché disumani e umani  al tempo stesso. Compiono azioni gelidamente perfette che generano errori caldi e umanamente imperfetti. Errori anche lievi. Ma che non potranno mai venire corretti.

 

Cormac mcCarthy, 2006

 

 

 

Letto 181 volte Ultima modifica il Domenica, 03 Ottobre 2021 10:08
Arnaldo Pontis

Per lavoro e in alcune diverse vite mi sono occupato e mi occupo di informatica e software.

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"Dove sono io"

…..Il cammino della storia dunque non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, ma somiglia al cammino di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade…L’andamento della storia è un continuo sbandamento. Il presente è sempre un’ultima casa al margine, che in qualche modo non fa più completamente parte delle case della città. Ogni generazione si chiede stupita: chi sono io e chi erano i miei antecessori? Farebbe meglio a chiedersi: dove sono io?

Robert Musil

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