Fondo Giaccone

Venerdì, 11 Settembre 2020 03:54

"COSTRUIRE"

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«Tre tipi di motori mai fabbricati o utilizzati in questo nostro Regno di Gran Bretagna, uno per avvolgere la migliore seta grezza, un altro per filare e l’altro per torcere la più bella seta italiana grezza in organzina di grande perfezione come non è mai stato fatto prima in questo il nostro regno, per cui molte migliaia di famiglie dei nostri sudditi possono essere costantemente impiegate in Gran Bretagna.»

(1718) John Lombe ideatore del primo mulino utilizzato per tessere la seta, la prima vera fabbrica aperta nel mondo, dopo aver rubato un “brevetto” in Italia. Finirà  ucciso, venti anni dopo circa, da una donna sicario, inviato a Derby dal Re di Sardegna.
A contestare questo brevetto e ad aprire varie fabbriche nel Lancashire sarà il baronetto Sir Richard Arkwright, facendo un sacco di grana. Nelle sue fabbriche e in quelle attorno lavorano centinaia e centinaia di persone, bambini di 4-5 anni e le loro madri. 12-14 ore al giorno, niente malattia, niente riposi, la paga in buoni che potevano essere scambiati solo negli emporii gestiti dagli stessi padroni, tutto a prezzi molto elevati. Questi lavoratori sono i nostri trisnonni, bisnonni, abbiamo tutti quanti il loro sangue nelle nostre vene. Noi siamo gli eredi di decine e decine di generazioni di donne e uomini la cui vita è stata sfigurata dal capitalismo.
Nei primi dell 800 un imprenditore gallese, Robert Owen, compra alcune di queste fabbriche e tenta un esperimento sociale, sotto la spinta di proteste, battaglie ferocissime tra i lavoratori e i padroni, incluso il sabotaggio e la distruzione dei macchinari. «La generale diffusione delle manifatture in tutto il paese genera un nuovo carattere nei suoi abitanti; e dato che questo carattere si forma in base a un principio del tutto sfavorevole alla felicità individuale o generale, produrrà i mali più deplorevoli e duraturi, a meno che la vera tendenza non venga controbilanciata dalle interferenze e dalla direzione del governo». Robert Owen
Tutti questi attori sociali, provengono direttamente ancora da mondi rurali, nobiliari, produzione agricole, piccole botteghe artigianali, auto-sufficienza familiare. Nel giro di una trentina d’anni quel mondo verrà dimenticato.
Senza entrare nel dibattito molto complesso sulla sua origine e sulla sua rilevanza nella selezione naturale, il linguaggio circa 160mila anni fa ha estraniato, ha estratto una parte, una sottospecie, dalla famiglia degli ominidi, la specie Homo, evolutosi in Homo Sapiens.
La storia degli uomini è la storia degli attrezzi del lavoro. Il linguaggio è il primo di quegli attrezzi. Da quel momento la natura diventa strumento tra altri strumenti, utilizzato da una specie che avanza per passaggi successivi, attraverso l’agricoltura e l’addomesticamento di altre specie, utlizzandole come forza motoria e come alimentazione.
La specie avanza dimenticando. E’ questo un compito che è necessario a compensare il sorgere della coscienza individuale, la consapevolezza dei propri contenuti mentali come indivuali, legati alla propria voce individuale.       Chi conosce il mondo, la natura, il suo ritmo, nascita-vita-morte, ha bisogno di creare una “macchinazione”, una macchina. Dall’enciclopedia Treccani: in senso storico e antropologico, qualsiasi dispositivo o apparecchio costruito collegando opportunamente due o più elementi in modo che il moto relativo di questi trasmetta o anche amplifichi la forza umana o animale o forze naturali (come quelle prodotte dall’acqua e dal vento), e capace di compiere operazioni predeterminate con risparmio di fatica o di tempo.
Qual’e’ la prima operazione di cui ha bisogno l’umano?
Quella di dimenticare. Dimenticare, che per quanto si sforzi di arare il terreno, di proteggere la propria tribù, famiglia, clan, dalla pioggia dagli animali feroci, per quante erbe possa raccogliere per far scendere la febbre ai propri cari e a sé stesso, verrà un giorno che tutto quello che avrà fatto finirà. Irrimediabilmente e certamente.  
La prima macchina è la Natura, un ente reale solo nella relazione col sapiens e non per sé. E’, come spiega la definizione di macchina, uno strumento utilizzato per le sue potenzialità, per risparmiare fatica e tempo. Ovvero per dare alla specie dominante il pianeta un senso, un significato, una ragione, per via del UTILIZZO. Perché la pura fuga, il puro istinto di auto conservazione non è sufficiente per avanzare come specie nel dominio della natura, a cui si devono certamente rituali e ringraziamenti, ma perché essa ci permette di esistere.  
Un bisogno umano essenziale è quello di dimenticare. Dimenticando la morte, si dà un senso alla vita. Tutte le altre specie non hanno bisogno di dimenticare perché non sono consapevoli della fine, se non come puro riflesso biologico istintuale. Il sapiens ha un bagaglio istintuale quasi nullo, il voltarsi verso il seno della madre quando nasce e poco altro. Il sapiens conosce e riconosce il mondo, la natura, come il fuori da sé, attraverso l’osservazione e la memoria del cammino altrui, memoria che include la consapevolezza della morte.
Ma l’umano non è la specie, che avanza dimenticando la morte. Nascita e morte sono il ritmo della natura biologica, non della specie Sapiens. Nietzche ce lo ricorda (la necessità della notte, dell’oblio) e facendolo, impazzisce dalla paura. Il vuoto buddhista è legato al concetto di illusione del tutto. Una macchinazione, tra altre macchinazioni della mente, che viene dall’oriente.
Poichè non sappiamo quando dovremo morire
Siamo portati a pensare alla fine come un pozzo inesauribile
Ma tutto quanto succede solo un certo numero di volte
E il numero è abbastanza piccolo, davvero
Quante volte ancora ricorderai un certo pomeriggio della tua infanzia, quel pomeriggio che ha formato così profondamente il tuo essere che tu non riesci nemmeno a concepire la tua vita senza di esso? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno quelle, quante volte ancora guarderai la luna piena sorgere?
Venti volte forse eppure tutto senza sembra senza limiti
poesia Paul Bowles (usato da Sakamoto nel brano Fullmoon, dopo la diagnosi di cancro alla gola)
poesia Paul Bowles (usato da Sakamoto nel brano Fullmoon, dopo la diagnosi di cancro alla gola)
Man mano che il Mondo del Sapiens si specializza, aumenta di complessità, di intrecci relazionali, l’entropia viene bilanciata da nuove macchinazioni. La natura, l’orizzonte del sapiens pre-storico, viene dimenticato poiché la specie deve avanzare.
Ludwig Fuerbach, criticando Hegel, attribuisce alla consapevolezza della sua mortalità, l’attribuzione salvifica da parte dell’umano a una divinità eterna e onnipotente. La specie avanza dimenticando la macchinazione Natura e si muove verso la macchina-dio. Il mondo viene raccontato-giustificato, dall’alto, da un dio onnipotente che ha disegnato il mondo a sua somiglianza, per cui tutto è giusto: distruzione, schiavitù, proprietà, morte e salvezza dell’anima, il premio finale che si può acquisire uccidendo un nemico di dio, il mio contro il tuo, oppure per trenta denari, andando a piedi dal papa, nei casi più ostinati, avvicinandosi a dio facendo un sacco di soldi, da bravo cittadino, come dirà Martin Lutero dopo alcuni secoli.
L’umano si trova a percorrere una decina di secoli in mezzo a guerre, schiavitù, pestilenze varie, carestie.
A metà 1400, Giovanni Gutenberg stampa il primo libro del mondo, ovviamente la Bibbia. In tre secoli cambia tutto. Metà 700 i primi telai meccanici e l’energia del vapore, fine 700. Metà ottocento motore a scoppio. Le due cose che servono di più sono il carbone e la manodopera. Il miglior carbone è in Gran Bretagna e la manodopera sono i negri in Africa, oltre ai negri che hanno in casa, ovvero i proletari, i lavoratori di mezza Europa.
Man mano che usciamo dalla pura sussistenza, l’ombrello benevolo di dio diventa sempre meno utile per l’umano, che viene trasformato in merce-lavoro da sfruttare. Il fine del lavoro non è la produzione di beni: il capitalismo produce denaro. La macchina è avviata. La specie avanza dimenticando dio.
La macchina del capitalismo aliena l’umano dal proprio lavoro, crea una estraniazione.
“L’uomo ha cessato di essere schiavo dell’uomo ed è diventato schiavo della cosa; il capovolgimento dei rapporti umani è compiuto; la servitù del moderno mondo di trafficanti, la venalità giunta a perfezione e divenuta universale è più disumana e più comprensiva della servitù della gleba dell’era feudale; la prostituzione è più immorale, più bestiale dello ius primae noctis . La dissoluzione dell’umanità in una massa di atomi isolati, che si respingono a vicenda, è già in sè l’annientamento di tutti gli interessi corporativi, nazionali e particolari ed è l’ultimo stadio necessario verso la libera autounificazione dell’umanità”. (MARX e ENGELS MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI 1844)
Qualche giorno fa (Marzo 2020), due compagni molto vicini al mio cuore, mi hanno chiesto un commento whatsapp di 60 secondi. Ho detto solo “Non è una nuovola nera. Cosa è non lo sappiamo ancora”. Ho notato due cose: sono spariti i post che fino a 20 giorni fa giocavano sul “Avete ripetuto per anni che l’Uomo meritava di sparire, che cani e gatti sono più meritevoli dei vostri simili, adesso c’è una chance e ve la fate sotto!”; e c’è stato una incredibile serie di archivi, cineteche, librerie che hanno aperto i loro vaults per tutti, gratis; cioè la “Memoria”, tutto quello che le Menti Migliori (vado per le spicce) hanno elaborato in 3000 anni circa di storia umana. Come se consegnassimo a qualcuno una eredità. Allora ho pensato che la grande assente da FB (e forse altrove) è La Dimenticanza.
All’indomani di traumi socio-politici di portata planetaria, il processo di rimozione e superamento, elaborazione del lutto si diceva una volta, avveniva per gradi lenti e molto spesso trasmessi oralmente, diciamo dai nonni ai nipoti. Da ragazzino ricordo molto bene le centinaia e centinaia di libri bene ordinati sulla libreria di mio padre e una “Storia della Prima Guerra Mondiale” in 6 volumi, acquistata da suo padre. Mio nonno aveva fatto la grande guerra, anche di più, era infatti stato spedito in Albania nel 1918 ed era tornato nel 1920. Ferito, malato, distrutto. Quando ho inscatolato tutti i libri di casa, la scorsa estate 2019, all’indomani della morte di mia madre, ho scorso quei volumi per la prima volta con un po’ di attenzione. Dentro ho trovato due cartoline spedite dal nonno (una era una foto di lui in divisa da sergente o qualcosa così) a una giovane ragazza di Torino, con la quale si era fidanzato nel 1915 (così c’era scritto), senza rivederla prima del 1920. Si chiamava Alba e i due si sposarono. Lei era mia nonna e la madre di mio padre, nato nel 1922. Cosa aveva significato quella Guerra era stato narrato da mio nonno a mio padre, dal vivo, con i tempi biologici del giorno e della notte, le stagioni, i sentimenti.
La memoria umana, individuale e collettiva, ha determinato sollevazioni, movimenti politici, rivoluzioni. I fascismi europei e le catastrofi succesive, la seconda guerra mondiale, la shoah, dresda, nanchino, hiroshima, nati, in parte, come conseguenza socio-politica di quella guerra, la prima mondiale.
Il momento in cui questo processo (che oggi potremmo definire lento, naturale, umano, analogico) diventa un ostacolo all’avanzamento della specie, avviene il 22 Novembre del 1963, a Dallas. L’assassinio del presidente americano John Fitzgerald Kennedy. Non è tanto l’atto in sé (di leader, capi popolo, presidenti, oppositori uccisi, a memoria d’uomo per l’appunto, la storia del mondo abbonda) ma sono i poco meno di 27 secondi del film del signor Abraham Zapruder.
Dopo pochi secondi dai colpi che uccidono Kennedy, per ore, decine di agenti della CIA, FBI ecc ecc sequestrano tutte le macchine fotografiche e le cineprese (che da poco erano state immesse sul mercato per scopi amatoriali). La storia di quella pellicola non è argomento da trattare qui ma per un motivo molto semplice: in questo preciso momento, quasi 60 anni dopo, in rete ci sono centinaia di siti, di incontri, di gruppi di discussione su quei 27 secondi, migliaia di libri sono stati scritti, film, ricostruzioni, documentari. Proviamo a pensare a cosa ha generato e generano il Vietnam, l’undici di settembre o il coronavirus.
L’umano avanza nella memoria. La specie invece nella dimenticanza della propria natura biologica, nascere-procreare-morire. Da 300 anni, il capitalismo, l’ultima macchinazione, ha lentamente ma inerosabilmente s-cordato lo strumento binomico umanità-mondo, incorporando l’intera memoria come merce ultimativa, come essenza del reale.
Lo stato che per il momento chiamiamo ancora United States of America ha iniziato il suo declino il giorno che l’FBI ha comprato dalla rivista LIFE la pellicola di Zapruder e l’ha ri-consegnata alla stampa. Dopo averla ampiamente manipolata, per cancellare traccia del complotto ordito da….(mettetici chi volete al posto dei puntini). Il risultato è stato quello di creare uno stato di incredulità assoluta nella massa, su qualsiasi cosa, dalla sfericità del pianetà, all’allunaggio, alla bomba di Piazza Fontana, dai vaccini alle telefonate di Napolitano con Totò Riina.  
Il digitale, la memoria elettronicamente processata, l’informatizzazione del tempo e dello spazio sta creando un mondo inadatto all’umano.
La tecnica, alla cui base c’è la scienza, dovrebbe restare separata da quest’ultima e la seconda, la scienza, dovrebbe costituire l’etica della prima, la tecnica. Questa è la tesi del filosofo Galimberti. Che si pone in una posizione a-storica, fuori dalla dialettica storica dell’umano come risultante della lotta tra le classi. Egli infatti si auto-estrae dal contesto socio-politico dichiarandosi “un greco”, nel senso di un pensiero pre-giudaico-cristiano.
Putroppo la forza della volontà, di svincolarsi a nulla vale nel mondo del capitale: esso riduce tutta la vita umana, il suo lavoro, pensiero, tempo a merce, creando un mondo a base mercantile. Per ottimizzare i profitti deve creare disparità (per quetso non esiste un “capitalismo buono”) e estrazione di valore; in un mondo sempre più complesso e conflittuale, ha spostato la gestione non solo del fare ma anche del pensare, al futuro, dentro una memoria digitalizzata. Non sto dicendo che si tratta puramente della memoria in giga di un computer o dell’insieme dei computer. Ciò che definisco “macchina” è la rete neuronale dell’umano connessa in modo permanente e fondante alla rete informatica.
La conservazione e l’uso della memoria è rivolta al potenziamento della macchina, l’elaborazione dei dati ha perso ogni finalità relativa all’umano, per essere definito in toto dalla sua efficienza, rapidità, sicurezza e capacità di generare altri dati, ovvero altro capitale. La memoria è ora un monolite di fronte al quale l’umano rimane muto e impotente.
In questi giorni, la pandemia ha generato una accelerazione gigantesca, fuori scala, della fine di ogni legame sociale generato dalle relative posizioni economiche: nel primo industrialismo, il mondo nel quale sono nati e cresciuti i nostri bisnonni, nonni, nonne, padri, madri e molti di noi, organizzava la comunità umana in base al lavoro e alla relazione capitale-lavoro. Dagli anni 80 il lavoro manuale ha perso il 70% della sua presenza nella stratificazione sociale. I partiti, i giornali, i docenti universitari, la cosidetta arte e l’immaginazione creativa, hanno rapprensentato per generazioni le istanze, le speranze, le lotte, le frodi, la violenza di classi sociali contrapposte. La narrazione dell’ottocento e del secolo breve, nata attorno al pensiero liberista-borghese oppure a quello social-democratico o ancora, comunista, sembrano inutili.  Lo scenario da rapprensentare è totalmente mutato e infatti tutti quanti, senza difetto, attendiamo le ore 18 per sapere dal potere (cioè dalla tele-visione) cosa sta succedendo là fuori perché il terreno di gioco è quello ultimativo e non lascia margini di presunta libertà: vita o morte. E la vita si identifica in modo assoluto oggi con il salvare, conservare, ripristinare lo status quo precedente all’epidemia. Un comportamento perfettamente umano. Ma l’umano non è la specie.
Quando il 28 Luglio 1914 a Sarajevo viene ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando o nel 1933 i nazisti incendiano il reichstag a Berlino, le possibilità di memorizzare, archiviare, studiare i fatti sono, al confronto di oggi, risibili. La cosidetta politica è solo uno spettacolo alla televisione poiché la mediazione politica è saltata.
Noi esistiamo in quanto lavoratori ma ora del ns lavoro, in gran parte non sanno che farsene. Esistiamo in quanto compratori e nodi di scambio di dati. Il virus interrompe, per qualche tempo, la circolazione di dati, merci, umani (tutti equiparabili per il sistema macchina) e l’elemento umano si risveglia dentro un incubo. Incubo nel quale è immerso da 300 anni: il capitalismo.
La macchinazione  Zapruder istituisce una memoria perenne come estrema speranza nella possibilità dell’umano di credere in qualcosa (qualche decennio dopo, la colonna sonora di questo grido, questo urlo finale, erede di quello di Allen Ginsberg, sarà il Punk)
Il guaio, diciamo così, è  che l’umano vive nella memoria, tornare indietro a come era tutto quanto era prima, per quanto merdoso potesse essere, è umano.
Quel prima va dimenticato perchè è quel prima che ci ha portato qui. Non sono io a dirlo o a volerlo: è la storia della specie. La specie avanza dimenticando, attraverso la distruzione e trova il modo di espandere la sua base, le sue istituzioni vitali. Questo è il suo spaventoso determinismo biologico. Ma il capitalismo ha trasformato tutta questa pulsione vitale in merce e ha estraniato la memoria come merce, come entità ontologica, come monolite-respiratore. L’umano non sa trovare alcuna base vitale per la quale battersi, in quanto completamente dipendente dal sistema macchina-capitalismo. Greta, Francesco o Assange non sono Robespierre né Karl Marx o Che Guevara.
Dimenticare non è un gesto umano, infatti non è ciò che suggerisco di fare né adesso né dopo. A dimenticare ci pensa la specie. Ma per riuscirci noi, gli umani di oggi e domani, devono andare avanti, devono entrare ancora di più nel meccanismo, capirne il moto.
Due immagini ancora: 1) le ultime scene di “Fino alla fine del mondo” di Wim Wenders 2) il dato che l’area di studio e ricerca nella quale privati e università statali stanno mettendo più soldi è quella spaziale, nel senso di viaggio, sopravvivenza e fonti di energia. Studio e ricerca sono nelle mani dei capitalisti, tutto lo è. Ricordiamo da dove siamo venuti, studiamo i processi profondi che ci hanno portato qui, ma dimentichiamo che ci sia un luogo dove tornare, un tempo di pace e solidarietà da ripristinare.
Ho detto ai miei due compagni al telefono “Non è una nuvola nera, non sappiamo ancora cosa è….. spero che possa essere il primo stadio necessario verso la libera autounificazione dell’umanità, come scrivevano Marx e Engels:
“Il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraneazione dell’uomo, e quindi come reale appropriazione dell’essenza dell’uomo mediante l’uomo e per l’uomo; perciò come ritorno dell’uomo per sé, dell’uomo come essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi. Questo comunismo s’identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanismo, in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e il genere. È la soluzione dell’enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione”. (Karl Marx Manoscritti economico-filosofici del 1844)

Letto 121 volte Ultima modifica il Giovedì, 13 Maggio 2021 11:18
Stefano Giaccone

Stefano Giaccone è considerato uno dei più rilevanti musicisti della scena indipendente (“Enciclopedia del Rock Italiano” Baldini-Castoldi) con una storia artistica  affollata di eventi ed esperienze sia come solista sia in gruppo.   Nasce nel 1959 a Los Angeles   (USA); nel 1966 si trasferisce a Torino, con la famiglia; autodidatta, suona il sax, chitarre varie, canta, scrive, recita. Fondatore della band FRANTI, ha suonato dal 1990 al 1993 con i KINA. Dal 1998 al 2014 risiede in Gran Bretagna. Dal 2017 vive in Sardegna, a Cagliari. Due figli, di Fede Granata e spiritualmente legato alla Saint John Coltrane Church.

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…..Il cammino della storia dunque non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, ma somiglia al cammino di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade…L’andamento della storia è un continuo sbandamento. Il presente è sempre un’ultima casa al margine, che in qualche modo non fa più completamente parte delle case della città. Ogni generazione si chiede stupita: chi sono io e chi erano i miei antecessori? Farebbe meglio a chiedersi: dove sono io?

Robert Musil

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