Fondo Giaccone

Martedì, 10 Settembre 2019 03:55

"DIMENTICARE"

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“Immaginate l’esempio estremo, un uomo che non possedesse per nulla la forza di dimenticare, che fosse condannato a vedere dappertutto un divenire: un uomo simile non crederebbe più al suo stesso essere, non crederebbe più a sé, vedrebbe scorrere l’una dall’altra tutte le cose in punti mossi e si perderebbe in questo fiume del divenire… Per ogni agire ci vuole oblio come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità”. Fredrik Nietzche

Il passato è solo ciò che, passando, abbiamo lasciato alle spalle.
La memoria invece è il luogo dell’umano, è il sentiero. E’ il suono, letteralmente, della tua voce. Qualche giorno prima di morire, mia madre svegliandosi  di soprassalto, aveva chiesto “sono ancora viva?”. Non credo che la domanda fosse veramente rivolta a qualcuno in particolare. Era lei stessa che se lo chiedeva, usando per una delle ultime volte il Suono della sua voce, come guida sul sentiero. Poiché la memoria della tua voce è l’essenza della tua vita, la memoria è il luogo dell’umano.
Ma l’umano non è la specie
L’umano avanza dentro la memoria, la specie avanza nella possibilità rigeneratrice della dimenticanza.
Molti secoli fa, per vari motivi, ci sono stati anni, decenni, generazioni senza pestilenze, senza guerre o in misura minore, cosicchè una parte degli uomini che vivevano allora ha avuto un po’ più di tempo per osservare, per pensare. La conoscenza è diventata scienza, ovvero stessi risultati ottenuti ripetendo esperienze nelle stesse condizioni. La scienza è diventata un potere, sulla natura e gli uomini.

Una parte della specie, ha costruito una macchina. Ha assoggetato tutto e tutti al funzionamento della macchina. La macchina che abbiamo chiamato scienza, tecnica, automatismo. La macchina che ci avrebbe portato altrove, più avanti rispetto alle macchine che avevamo avuto fino a quel momento: la prima, la Natura, misteriosa, abbondante ma anche traditrice; e la seconda, la macchina-dio. Un dio che non stava più sull olimpo, ma che stava in mezzo agli uomini, alle sue costruzioni piu o meno rudimentali. Gesù, dio fatto uomo, ucciso dagli uomini  come sublimazione del rituale arcaico dell’uccisione, della punizione, del cannibalismo.
La legge di natura, la legge di dio, la legge degli uomini, gli uomini che hanno costruito la macchina, la scienza, la tecnica. Il luogo della memoria come ente ontologico.
Ciò che ha contraddistinto tutte le epoche è una caratteristica ricorrente, quella di dimenticare. Questa è la vera forza, il vero motore della ns specie. Non è la memoria
Se la specie non dimentica, non può avanzare. Avanzare non è superare, non è la sintesi di alcuna dialettica, non è trascrivere, conservare la memoria. E’ il contrario. I clan barbarici del nord europa, una volta sfruttata fino in fondo un’area, sotto la pressione demografica o delle malattie, avanzano per generazioni massacrando tutto ciò che trovavano di fronte, uomini, donne, chiese, campi arati. Proprio come una squadra di rugby. I barbari sono stati gli ultimi ad abbandonare la tradizione orale perché, bravissimi nell’organizzare invasioni, guerre, la preparazione della birra, non si occupavano troppo della memoria, della matematica, dell’archivio. Attività che necessita della scrittura. Bravi con la clava, molto meno con la penna. Per inciso la birra invita al sonno, il vino invece alla conversazione. Il vino infatti, nell’antichità era sempre miscelato con l’acqua, salvo specifici momenti rituali.
Alcuni popoli barbarici, che chiamiamo gli Angli e i Sassoni, ovvero i barbari della Britannia, sono quelli che hanno conquistato il centro dell’europa e che hanno dato vita al più grande impero mai visto sul pianeta, quello britannico appunto. La loro attitudine  clanica (e NON nazionale, nemmeno durante il loro impero) li ha poi spinti ancora a nord, verso continenti prima sconosciuti, le americhe, sterminando tutto e tutti. Sterminandosi anche tra di loro. Vedi guerra civile americana, la prima guerra moderna. L’inizio del prossimo avanzamento, l’ultimo terrestre, è stato già segnato: il 21 luglio 1969, allunaggio di Apollo 11.
Dimenticare non è negare il passato, dimenticare è l’oblio, dimenticare è espellere dalla mente il passato perché attraverso quel processo si crea uno spazio di attesa per il futuro, non occupato, non pre-occupato. Dimenticare è cavare un tumore con un coltello rovente, atto talmente doloroso da lasciare un vuoto organico nella memorazione. Se io non dimentico la siccità, la carestia che ne è seguita, la morte di tutti i miei figli, io non posso avere spazio per il prossimo raccolto, per il futuro. Se la ns specie non avesse dimenticato la peste poche ore dopo la sua (temporanea) scomparsa, come avviene nelle ultime pagine del libro omonimo di Camus, non saremmo diventati quello che siamo. La sospensione della memoria è il motore salvifico della specie. Questo processo nella mitologia avveniva bevendo l’acqua del fiume Lete (vedi Platone, Dante Alighieri ecc ecc). Dimenticare, purificarsi.
La memoria è il percorso. E’ il sentiero che ognuno di noi più o meno sceglie o che si ritrova a percorrere. Memoria e sentiero sono la stessa cosa. La memoria è quel sentiero, lo percorri, lo scegli, lo scarti, lo incendi, lo riempi di giardini, costruzioni, impedimenti, barriere, frontiere.  Lo percorri nella memorazione di ciò che ti è stato passato, che hai conosciuto dagli altri attorno. Noi osserviamo gli altri, da subito, inerpicarsi sul loro sentiero e capiamo che quello sarà anche il ns destino, il ns compito. Ma la motivazione del salire ogni giorno, risiede nel fatto che dormiamo ogni notte, che chiediamo all’oscurità riparo dalla verità della morte.
Dimentichiamo quanto sia futile tutto questo salire e salire: tutto quanto, tutto è gia stato fatto, ripetuto e il finale è arci-noto. E’ questo dimenticare che ci spinge a proseguire, non è la memoria. La memoria è il sentiero, è solidale con il sentiero, il cammino.  La memoria è un atto innescato dal dimenticare, dall oblio.

 

Morire, dormire
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne.

Amleto

 

Partiro e s’affrontaro a quella gente,
Che, lunge dal voler la vita loro,
Il dolce loto a savorar lor porse.
Chiunque l’esca dilettosa e nuova
Gustato avea, con le novelle indietro
Non bramava tornar: colà bramava
Starsi, e, mangiando del soave loto,
La contrada natia sbandir dal petto.

Omero 


Dimenticare i propri compiti o doveri è cio che fa Ulisse: egli prosegue sul suo sentiero quasi come un automa guidato dall intuizione, dall inganno. Non dalla storia. La macchina che abbiamo messo in piedi 300 anni fa ci ha illuso (peraltro, tutte le macchinazioni sono, per definizione, illusorie), abbiamo creduto che fosse la fonte della felicità. Non perché ti allunga la vita, una merce che in quanto merce è sempre commerciabile, ma perchè ti fa dimenticare proprio ciò che la memoria ti ricorda, ovvero quello che nemmeno la macchina può fare: darti l’oblio completo e costante sulla impossibilità della scienza, della medicina di esimerti dal morire.
Il fattore che cambia tutto, in modo che ancora non capiamo, è che questa macchina contemporanea, che da adesso definisco capitalismo, ha trasformato la memoria in un ente ontologico: al di là di noi, al di fuori di noi, esso si staglia come un monolite.
La macchina non sa dimenticare, è l’essenza della memoria stessa. Ma la memoria senza dimenticanza non è umana, infatti non lo è. Sinonimo di dimenticare è s-cordare, ovvero perdere il tono giusto per accordarsi con il Mondo degli uomini. La Memoria della macchina,  registra,  registra, registra ogni singola onda che si abbatte sulla battigia. Per noi le onde sono la memorazione di un fatto che si ripete e sul quale possiamo soffermarci e magari commentare, scrivendo una poesia o dipingendo un quadro. E’ l’oblio che ci fa scendere ancora una volta al mare.   Oggi che come individualità socializzate non abbiamo più compiti, né lavori da fare abbiamo delegato alla macchina di ricordare tutto e al contempo siamo stati s-cordati dalla macchina, per la quale l’umano è sempre e solo passato. La specie non ha più il lavoro di tras-formare il mondo, anzi lo ha fatto a tal punto da de-formarlo. Non poteva che essere cosi tra l’altro,  in quanto necessario al nostro avanzamento.                                                              Altro compito era di procreare e occupare nuova terra e anche questo è stato fatto. La famgilia degli uomini, la famiglia di dio, la famiglia degli italiani sono tutte costruzioni che appartengono a mondi macchinali precedenti e obsoleti, quali la natura e dio.                                                                                                                                    Appentiene a questa macchina contemporanea, il capitalismo, la possibilità di ripetere processi all infinito, poiché costituita dalla gestione della nostra memoria, . modulata ora da calcoli algoritmitci, il nuovo ritmo. Definizione di algoritmo: Calcoli con informazioni non-ambigue. Escludendo l’ambiguità si esclude la natura profonda dell’umano, ma la specie avanza.     
Le discrepanze che pure si manifestano ancora, ad esempio l’acqua alta a Venezia o lo Tsunami del 2004 ci permettono di baloccarci un altro po’ con l’idea che “la natura è imprevedibile, non si può conoscere fino in fondo” ma non è così. La natura non è stata dimenticata dagli umani a sufficienza, anzi la sua presenza fantasmatica è continuamente memorizzata e ripetuta. La conoscenza umana è oggi s-cordata, infatti la natura si conosceva meglio mille anni fa. Talmente bene che la Venezia Turistica che conosciamo venne eretta in un luogo orrendo, per sfuggire ai barbari, ancora loro. E il 70% dei morti nello tsunami nelle località turistiche (quasi centomila persone) era gente locale che lavorava negli alberghi costruiti dai bianchi lungo spiagge dove i locali non si erano mai sognati di costruire villaggi e città.
     Non ci siamo affidati noi alla macchina ma è la macchina che ha preso il centro della scena perché essa detiene tutta la nostra memoria e senza la macchina non possiamo né vivere né morire, ovvero dimenticare e rinascere.
     Perchè non dimentichiamo più. Ora ricordiamo tutto, registriamo tutto e pensiamo che questo serva a sapere cosa fare,  entriamo in battaglie che sono sovra-umane perché sono fatte di memoria.  
Combattiamo un virus con dei modelli matematici e non c’è nessun criterio, etica, senso, direzione che ci aiuti a dire “questo va bene e questo non va bene”. E ora tutti ci affanniamo a maledire i governi che hanno tagliato la Sanità, anche quelli, la più parte che ha plaudito l’acquisto di cacciabombardieri e la TAV. Se potessero si butterebbero per la strada a dar l’assalto al potere, a mani nude, per salvare il proprio padre, figlio o sé stessi. E in questi anni alcuni, pochissimi, lo hanno fatto. Tutto questo è umano, ma la specie dell’umano se ne fotte,    La macchina, la tecnica non ha etica: la macchina deve solo funzionare, solo imprimere movimenti atti a farla tornare ad uno stato di quiete. Quiete non è l’oblio, non è dimenticare, la macchina non può dimenticare, è fatta di memoria, vive e assorbe l’intera memoria, la rimodella per creare altri dati.  Il solo gesto umano, con un senso precisamente umano, in questi giorni è stato quello di Papa Francesco che nella Chiesa di San Marcello implorava dio di far cessare la pandemia. Tutti gli altri sono gesti macchinali, di risposta di specie, assimilabili a un banco di pesci, un gruppo polarizzato, dove l’individuo si muove all’unisono con gli altri per dimimuire le perdite oppure al gregge, che minimizza il pericolo, per sé stesso, lasciando che il componente più debole o sfigato venga catturato.
Cosa salva il gruppo di antilopi, la specie antilope? Cosa la fa avanzare, limitatamente alla sua realtà biologica, nella savana, stagione dopo stagione, da milioni di anni? Il dimenticare. Ieri siamo scappati dai leoni e domani scapperemo ancora ma ogni giorno è un film nuovo, una fuga nuova perché la fuga di ieri non ha lasciato traccia. La specie ha dimenticato.   Istinto di sopravvivenza, si diceva una volta, che hanno tutte le specie tranne la nostra, che ha dovuto, in cambio dello strumento primo del suo avanzamento, ovvero il linguaggio, costruire un mondo dove la consapevolezza della fine richiedeva macchinazioni via via più sofisticate, fino a scaricare nella macchina-capitalismo, l’illusione dell’eterna salvezza. Boris Johnson, Salvini, Conte, Lagarde, Macron, Trump sono inumani? No,  sono post-umani. Sono elementi-giullari della macchina, creata all interno del suo “corpo masticatore” per prendere tempo, trovare la strategia conservativa del sistema più efficace. Strategia che non ha alcuna finalità etica, politica, filosofica né tanto meno biologica.
    Il potere vuole solo sopravvivere a sé stesso e la sua finalità è quella di conservare il suo incontrastato privilegio di accappararsi il 90% dei beni. La mediazione potere-masse (sto semplificando) era mediata dal lavoro, dalla schiavitù del lavoro salariato. Oggi, forse il 75-80% di quel “lavoro” è svolto dalle macchine. Miliardi di persone ancora si affannano attorno al corpo-macchina-centrale per ricevere le briciole (con cui pagano tasse, balzelli e servizi quasi sempre schifosi) non perché siano necessari ma come rimedio provvisorio del potere sul controllo dell’ordine pubblico (saccheggio, distruzione e rivolta sono sempre possibili da parte di masse disperate). Il liberismo, Reagan, Thatcher, Trump, Macron, Berlusconi, Conte, Bolsonaro, Renzi, Obama per fare solo alcuni nomi, dà per scontato che il 30% della popolazione deve e dovrà essere lasciata indietro. A Chicago, Los Angeles, Rio de Janeiro, Roma, Parigi ci sono intieri quartieri dove la cittadinanza è “fuori dal radar”, non censita, senza servizi, senza dimora stabile. E senza internet, quindi, inutile.
     La nostra specie contemporanea, umana-macchinale, che ha trasferito la memoria nella macchina, non potendo quindi rifondarsi in quanto incapace di dimenticare, è al di là di giudizi ideologico-storici, poiché non ne ha i fini, nessuno.
L’umano resta solo. La specie, s-cordato l’umano, è costretta a ricordare ciò che non potrà mai più avere indietro. Nonostante il gran lavoro di Greta, Papa Francesco e Assange. Tre persone che rappresentano, benchè eroici, commoventi, scaltri, impostori (ognuno metta qui l’aggettivo che preferisce) cascami della prima rivoluzione indutriale: la fiducia nella natura, la fiducia in dio e la fiducia nella verità.
     Così ora che la dissonanza tra specie e umano è stata macchinizzata, la specie non ha più il tempo di dimenticare. L’umano, espulso dal processo di ricomposizone capitalistica, non riesce a ricordare come  è diventato, di questo pianeta, il dominatore, un dna vittorioso che ha trasformato questo pianeta a sua immagine. Non sa nemmeno dimenticarlo e la macchina che ha costruito non può dare risposte umane ma solo di specie, in quanto ne rappresenta la memoria.
La prima macchina, la natura; una macchina che era già qui, non è stata dimenticata ma viene ricordata come le vestigia di una purezza, una possibile meta. E’ una illusione mortale che ci strappa ancora da un sonno ristoratore. La natura della Terra è stata “naturale” fino al momento della comparsa del sapiens, che per avanzare l’ha dimenticata sistematicamente. Una volta che è stata stravolta e sfruttata, la natura resta sullo sfondo, come cascame dell’antropocene. E non ci sono giudizi etico/politici che qui possano aiutare: la natura non si può riparare, ricaricare come fosse un file. La natura va dimenticata, pena l’impossibilità di riviverla, forse, nel futuro. In qualche forma per ora ignota. Antropocentricamente, non può essere altrimenti. Ma anche questa chance, questa consapevolezza, sembra lontanissima.
      Poi venne il dio monoteista, il dio ordinatore, il dio che crea la gerarchia, che ci vuole bene, etico, che spiega il mondo attraverso il suo clero,  che ci dice cosa fare, il dio della ragione, che illumina. Questa macchinazione arriva fino a puntellare filosofie varie, come quelle di Hegel e Kierkegaard, addirittura primi dell’800 “Una cultura mondana renderà i teologi pavidi, così ch’essi non osino altro che di darsi l’apparenza di avere anche una patina di scienza  – avranno paura a questo riguardo di stare a tu per tu con l’uomo nero, Ciò di cui ci sarebbe bisogno è il coraggio personale, per osare di temere Dio più degli uomini.”
La natura, la necessità, viene messa in discussione da Prometeo che ruba il fuoco agli dei ed è per questo punito; al suo processo spiega che La téchne è di molto più debole della necessità (anànke)”,  illustrazione dell’equilibrio instabile tra cultura e natura. E il tramonto dell’’orizzonte del divino è segnato, circa 300 anni fa, da pensatori e scienziati come Leibnitz, Galileo, Bacone. Il primo è un matematico ma nel tardo 600 abbisogna ancora per farsi pubblicare e magari salvarsi dalla galera di cercare “le forme sostanziali dell’essere,” le monadi che ovviamente rimandano a dio. Di quello nessuno ricorda più nulla ma tutti (o quasi) sanno che Leibnitz ha introdotto il calcolo infinitesimale, il concetto di integrale. Alla base dell’informatica contemporanea.
      Oggi, siamo di fronte al grande monolite, con i nostri I-PAD, stravolti dalla paura, interroghiamo i suoi dati inerti, la sua memoria perfetta e umanamente inutile, senza avere risposte. “Quando finirà?” imploriamo di sapere. La risposta è “mai” ma, se non dimentichiamo di chiedere, di ricordare, di calcolare vie di fuga, non avanzeremo più. All’umano resta ancora la possibilità del proprio sentiero? Davvero? Siamo individui s-cordati, inutilizzabili dalla macchina che infatti procede secondo un progetto eticamente nullo.
Karl Marx, che ovviamente scrive nel pieno della prima rivoluzione industriale, evidenzia la simmetria perfetta tra lavoro e vita: il proletario può lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo col loro permesso.
      Ma questo “loro” è stato sussunto nella macchina, sotto forma di memoria dell’accumulazione e, proprio come un orda di clan che avanza nella campagna, non si fermerà fino a quando tutto sarà stato sbranato, defecato e ri-processato: poiché quello è il suo task, la sua mission, il suo progetto di management.
      Non sappiamo più dimenticare e quindi non abbiamo più consapevolezza (la coscienza di classe, l’autonomia del pensiero e della prassi proletaria)  che da centinaia di anni siamo schiavi dell’orizzonte unico capitalistico, della reificazione del mondo e dei viventi. Lukács in “Storia e Coscienza di classe”: vi è una fondamentale differenza tra il metodo delle scienze che studiano la natura e il metodo dialettico di Marx, che si applica invece alla realtà sociale: il metodo delle scienze della natura non conosce alcuna contraddizione, alcun antagonismo nel proprio materiale. Le contraddizioni sono il segno di errori nell’analisi scientifica, superabili successivamente.  In rapporto alla realtà sociale, invece, queste contraddizioni non sono segni di una comprensione scientifica ancora imperfetta, ma appartengono piuttosto inseparabilmente all’essenza della realtà stessa, all’essenza della società capitalistica. Esse sono contraddizioni necessarie, espressioni del fondamento antagonistico di questo ordinamento sociale, e possono essere superate realmente – non tanto nel pensiero – solo nel corso dello sviluppo sociale”

      Perdendo questa capacità, dimenticare per costruire un nuovo orizzonte di senso e lotta di liberazione, siamo condannati ad interrogare la sterile memoria dei dati, degli algoritmi.

       Che è peggio di morire.

Letto 134 volte Ultima modifica il Lunedì, 20 Settembre 2021 15:36
Stefano Giaccone

Stefano Giaccone è considerato uno dei più rilevanti musicisti della scena indipendente (“Enciclopedia del Rock Italiano” Baldini-Castoldi) con una storia artistica  affollata di eventi ed esperienze sia come solista sia in gruppo.   Nasce nel 1959 a Los Angeles   (USA); nel 1966 si trasferisce a Torino, con la famiglia; autodidatta, suona il sax, chitarre varie, canta, scrive, recita. Fondatore della band FRANTI, ha suonato dal 1990 al 1993 con i KINA. Dal 1998 al 2014 risiede in Gran Bretagna. Dal 2017 vive in Sardegna, a Cagliari. Due figli, di Fede Granata e spiritualmente legato alla Saint John Coltrane Church.

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…..Il cammino della storia dunque non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, ma somiglia al cammino di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade…L’andamento della storia è un continuo sbandamento. Il presente è sempre un’ultima casa al margine, che in qualche modo non fa più completamente parte delle case della città. Ogni generazione si chiede stupita: chi sono io e chi erano i miei antecessori? Farebbe meglio a chiedersi: dove sono io?

Robert Musil

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